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Denominazione
Denominazione Ducato di Urbino
Soggetti Produttori
Soggetto produttore Urbino (ducato)
Soggetto conservatore
Soggetto conservatore Archivio di Stato di Firenze
Descrizione del contentuto

Il fondo delle carte di Urbino comprende materiale documentario estremamente vario. Vi si trovano atti solenni attestanti titoli, diritti e proprietà, carteggi, scritture amministrative, finanziarie e contabili. La struttura e natura del complesso, riconoscibili al di là del riordinamento ottocentesco, sono quelle più tipiche degli archivi di dinastie regnanti di antico regime.
Oltre alle carte della famiglia Della Rovere, sono confluiti nel fondo anche i documenti delle famiglie Da Varano e Montefeltro e di diversi potentati locali.

Storia archivistica

Le carte del ducato di Urbino confluirono negli archivi fiorentini in due tempi, nel XVII e nel XVIII secolo, a seguito di questioni dinastiche e feudali provocate dall'estinzione della famiglia della Rovere nel 1631. I potentati che maggiormente aspiravano a impadronirsi del principato erano la Santa Sede, in quanto i duchi di Urbino governavano in qualità di vicari pontifici, e la famiglia Medici, in virtù dei legami di tipo familiare tra le due casate, in primo luogo del matrimonio, già concordato e che si sarebbe celebrato poi nel 1634, tra Vittoria Feltria della Rovere, la nipote di appena due anni del duca, figlia del defunto Federico Ubaldo e di Claudia de' Medici, e il granduca di Toscana ancora minorenne Ferdinando II. I Medici, inoltre, potevano reclamare per lo meno il Montefeltro, che nel 1516 era stato dato in pegno dal papa Leone X alla Repubblica fiorentina in cambio del denaro necessario per finanziare la guerra che allora il pontefice de' Medici aveva intrapreso contro Francesco Maria I della Rovere. Quando infine Francesco Maria II della Rovere morì senza discendenti maschi nel 1631, il papa Urbano VIII poté avvalersi degli accordi che aveva siglato con l'ultimo duca tra il 1623 e il 1624 - sanzionati definitivamente da una convenzione del 30 aprile 1624 e da una bolla concistoriale del 18 luglio dello stesso anno - nei quali si stabiliva la devoluzione del principato alla Chiesa.
Le due reggenti Maria Maddalena d'Austria e Cristina di Lorena, che regnavano sul granducato di Toscana a nome di Ferdinando II, non poterono che accettare le condizioni stabilite dal papa: a Vittoria della Rovere sarebbero spettati solo i beni allodiali della famiglia, mentre il ducato di Urbino sarebbe passato sotto il dominio feudale della Chiesa.
La convenzione contemplava anche una parte relativa agli archivi, le carte dei quali dovevano seguire le sorti dei beni e dei diritti che certificavano. Già durante gli ultimi anni di vita di Francesco Maria II la Santa Sede curò il trasferimento a Roma di un nucleo ristretto ma significativo di documenti urbinati, in particolare quelli che attestavano il dominio sul ducato. Scomparso il della Rovere, il papato si appropriò definitivamente della parte dell'archivio che gli spettava (l'attuale fondo "Urbino" conservato presso l'Archivio Segreto Vaticano).
Il resto della documentazione rimase intatto nella sede originaria fino al 1638. In quell'anno si conclusero i lavori preliminari di individuazione e inventariazione dei beni spettanti a Vittoria cosicché l'eredità della granduchessa, materiale documentario compreso, poté essere inviata a Firenze. Gli incaricati delle operazioni, guidati da Flavio Paolozzi prima e da Lorenzo Poltri poi, dimostrarono una grande cura nel fare la cernita delle carte tanto da lasciarne un minuzioso inventario e varie lettere e relazioni con cui tennero costantemente informata la corte granducale. Non tutto ciò che si trovò negli archivi rovereschi, d'altra parte, fu suddiviso tra Firenze e Roma: una parte dei documenti rimase presso gli uffici della neo-costituita Legazione pontificia; un'altra, che riguardava soprattutto la gestione amministrativa dei beni allodiali della granduchessa, rimase a Pesaro, sotto la responsabilità della famiglia Gavardini.
Una volta giunte a Firenze, le carte furono sistemate in palazzo Vecchio, dove si conservava l'archivio di casa Medici, sotto la responsabilità del "custode" Ugo Caciotti. Quest'ultimo chiese invano nuovi locali per gestire adeguatamente la massa documentaria a lui affidata, che si era accresciuta d'improvviso. Non fu accontentato e la situazione dovette in seguito peggiorare, cosicché il canonico Cecini, archivista dal 1685 al 1716, rinnovò la richiesta di maggiore spazio, tanto più che nel 1690 si era sviluppato un incendio nella guardaroba medicea che, se non aveva danneggiato le carte, aveva indotto a spostare il materiale in tutta fretta e ad accrescerne lo stato di confusione. Cecini riuscì solo in minima parte a riprendere il lavoro di ordinamento e inventariazione che aveva compiuto nei primi anni del suo mandato e di cui nella documentazione sono rimaste solo poche tracce. Il passaggio di carte tra ducato di Urbino e Toscana, d'altra parte, non si interruppe dopo il 1638, soprattutto perché a Pesaro era attivo lo "scrittoio" mediceo che gestiva le proprietà immobiliari di Vittoria e i rapporti con tutti i soggetti che con quei beni avevano a che fare.
Rimaste successivamente nel patrimonio familiare, le proprietà - beni e carte - di Vittoria seguirono la sorte di tutto il principato, e furono lasciate per testamento da Anna Maria Luisa de' Medici, ultima erede della granduchessa della Rovere, a Francesco Stefano di Lorena, con la condizione che non potesse alienarle.
Il nuovo granduca, invece, il 26 dicembre 1763 vendette alla Camera Apostolica i beni urbinati. Nel contratto si stabiliva che dovessero essere trasferite a Roma anche le "scritture" relative al possesso e all'amministrazione delle proprietà. Quest'ultima clausola, nonostante l'impegno del maresciallo Botta Adorno, non poté essere attuata perché nella massa di documenti ancora in disordine e di cui non esisteva un inventario adeguato, non era facile individuare le carte interessate nella transazione. Poco dopo, la morte di Francesco Stefano (1765) e quella del papa Clemente XIII (1769) fecero sì che le operazioni di cernita dei documenti venissero interrotte e mai più riprese, cosicché nessun atto lasciò gli archivi granducali.
Il nuovo sovrano Pietro Leopoldo, inoltre, si dimostrò contrario alla cessione effettuata dal padre, che, oltre tutto, non rispettava le disposizioni testamentarie di Maria Luisa de' Medici. Non volendo provocare un contenzioso se non addirittura un conflitto, tuttavia, nessuna delle due parti reclamò alcunché dall'altra: il granduca di Toscana non denunciò la presunta illiceità delle vendite, la Santa Sede non richiese le carte che, secondo i termini del contratto, le spettavano tra quelle custodite a Firenze e a Pesaro.
Tra il 1769 e il 1778, Carlo Bonsi, Riguccio Galluzzi e Ferdinando Fossi su incarico di Pietro Leopoldo svolsero l'imponenente opera di spoglio dei documenti della Segreteria vecchia con la compilazione dei relativi "Indici". L'operazione riguardò anche l'archivio di Urbino, le cui unità furono soltanto dotate di descrizione - in particolare le cartapecore (cfr. ASFi, "Indice della Segreteria Vecchia", V/869) -, senza che venisse mutato il loro ordinamento.
Il 1795 fu un anno importante, da un punto di vista archivistico, per il fondo urbinate. Il granduca Ferdinando III e i suoi ministri, infatti, ritenendo che non fosse più funzionale né, tantomeno, economico mantenere in vita a Pesaro uno scrittoio per carte relative a beni ormai alienati (anche se si continuava a non dar ratifica ufficiale alla vendita effettuata da Francesco Stefano) e temendo anzi che la Santa Sede se ne impadronisse, decisero di far trasferire a Firenze la documentazione ancora affidata alla famiglia Gavardini. Della delicata operazione che richiedeva grande discrezione e diplomazia, per il rischio di suscitare le ire del papato che su quelle carte aveva più volte reclamato il diritto di proprietà, fu incaricato l'abate Reginaldo Tanzini. Questi tra l'ottobre e il novembre 1795 portò a compimento con successo l'incarico assegnatogli ricevendo come compenso la nomina a "Soprintendente provvisionale dell'Archivio della Segreteria Vecchia di Stato". Il Consiglio di Stato incaricò quindi lo stesso Tanzini di compilare un inventario della documentazione complessiva, fondo roveresco compreso.
L'archivista optò per un ordinamento per materia, suddividendo le carte di Urbino in cinque classi, ognuna delle quali articolata al suo interno in divisioni contraddistinte da lettere alfabetiche maiuscole. I singoli pezzi furono invece segnati con numeri romani. Il lavoro di classificazione risultò comunque difficile, a causa della presenza di filze miscellanee, che furono inquadrate soprattutto nella classe III.
La classe quarta, ripartita in due divisioni, in cui Tanzini incluse le pergamene sciolte, datate dal 1192 al 1620, e tredici piante di poderi e di altri beni immobili, fu in seguito estratta dal fondo e suddivisa tra il "Diplomatico" e la raccolta generale delle piante.
Nell'ultima classe, la quinta, distinta in tredici divisioni, Tanzini inserì soprattutto le scritture di tipo amministrativo e contabili.
Non fu questo l'ultimo intervento sulle carte. Durante l'occupazione francese e l'annessione della Toscana all'impero, l'archivio del Ducato di Urbino, insieme al resto della Segreteria vecchia e agli altri archivi granducali, fu fatto confluire nella "Conservation Générale des Archives". La permanenza non fu lunga né mutò la struttura del fondo, ma, quando nel 1814 il restaurato Ferdinando III decise di far ridistribuire gli archivi depositati agli uffici ripristinati, l'Archivio mediceo (la nuova denominazione acquisita dall'Archivio della Segreteria vecchia in epoca francese) non ebbe nessuno che lo reclamasse e fu perciò sottoposto alla responsabilità dell'Avvocato regio. Non toccato dagli "spurghi" che negli anni venti riguardarono soprattutto la documentazione dell'Archivio delle Regie rendite, sottoposto anch'esso all'Avvocato regio, il fondo del Ducato di Urbino fu invece coinvolto negli scarti degli anni trenta, la portata dei quali si può ricostruire attraverso la nota che fu redatta in quell'occasione e che ancora si conserva (ASFi, Inventario 1913, 791). Come negli interventi effettuati nel decennio precedente, si eliminarono soprattutto le scritture contabili e amministrative ritenute ormai inutili. Questo fece sì che di tutta la documentazione conservata nella precedente classe V rimanessero soltanto nove volumi.
Filippo Moisé, nel 1851, realizzò un indice alfabetico per soggetti in due volumi riferito ai volumi di Tanzini aggiornati, dotandolo di un'introduzione storico-archivistica.
Nel 1852, infine, le carte urbinati seguirono le sorti di tutto l'Archivio mediceo ed entrarono a far parte dell'Archivio centrale di Stato. Tra gli ultimi interventi che interessarono il fondo si segnala la compilazione effettuata da Gaetano Milanesi nella seconda metà del XIX secolo di un inventario cronologico della parte della documentazione urbinate corrispondente alle prime tre classi dell'inventario analitico di Reginaldo Tanzini.

Criteri di ordinamento, di numerazione e altre informazioni utili
L'archivio è strutturato in cinque classi più un'appendice. Le classi prima e seconda sono distinte in divisioni contrassegnate da una lettera maiuscola, le classi terza e quarta, invece, non hanno sottopartizioni. Della classe quinta, dopo gli spogli degli anni trenta del XIX secolo, sono rimasti solo nove volumi. La classe quarta è confluita nel fondo Diplomatico.
Condizioni di accesso
Limiti di accessibilità: microfilm di classe III, n. 39.
Codici
Identificativo per il Complesso ICAR CA 608842

Relazioni delle schede